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Cosa significa condurre un gruppo invece di riempirlo di contenuti? E perché il nuovo Accordo Stato-Regioni rende questo approccio una condizione di efficacia, non più un'opzione stilistica?
Contributo a cura di Giuliana Saginario, docente formatrice abilitata, facilitatrice esperta di Visual Thinking applicato alla sicurezza sul lavoro e facilitatrice LEGO® Serious PLAY®
Svolgevo la libera professione da ingegnere già da diversi anni prima di entrare nelle aule di formazione e la prima cosa che ho dovuto disimparare è stata la convinzione che spiegare bene equivalga a insegnare bene. Non è stato un disimparare a cuor leggero: ha significato rimettere in discussione un'identità costruita sulla precisione tecnica, e scoprire che i comportamenti sicuri si insegnano con lo stesso rigore, ma con strumenti diversi. Nei vari contesti aziendali, la differenza tra un lavoratore che conosce la procedura e uno che la applica sotto pressione si gioca lontano dalla qualità della slide che gli abbiamo mostrato: si rivela nell'esperienza che gli abbiamo fatto attraversare.
È qui che entra in gioco la facilitazione, una disciplina che pretende metodo quanto qualunque materia tecnica e che, in molti percorsi di formazione sulla sicurezza, resta ancora marginale, quando invece rappresenta un valido contributo per l’efficacia.
Facilitare significa progettare le condizioni perché un gruppo costruisca da sé la comprensione di un rischio, ne faccia esperienza diretta, ne discuta gli esiti e ne tragga un principio trasferibile al proprio lavoro. Il docente tradizionale porta un sapere e lo consegna; il facilitatore porta un sapere con una domanda, un compito, una simulazione e resta accanto al gruppo mentre elabora la propria risposta, per fissare il contenuto nella memoria a lungo termine dei partecipanti
Nella facilitazione di processo puro il conduttore resta neutrale sul contenuto, mentre il gruppo possiede e valida il merito delle proprie conclusioni. In un'aula di sicurezza sul lavoro questo non può accadere fino in fondo, perché la correttezza tecnica di una procedura non è negoziabile. Chi forma in questo ambito pratica un ibrido: adotta la postura e gli strumenti della facilitazione, ma mantiene la responsabilità di garantire che l'esito tecnico sia quello corretto.
Un lavoratore può recitare a memoria una procedura e continuare a saltarla quando è di fretta, perché quella sequenza non è mai passata dal corpo, dalla mano, dal tempo reale di un'esercitazione. L’esperienza sulla formazione lo conferma da tempo: i metodi che richiedono coinvolgimento attivo, come il modeling comportamentale e l'addestramento pratico, producono un'acquisizione di competenze più solida della lezione frontale. Facilitare significa costruire le condizioni perché quel coinvolgimento avvenga davvero.
Sul piano operativo, facilitare vuol dire condurre un debriefing dopo una simulazione senza anticipare la conclusione a cui si vuole arrivare, lasciando che sia il gruppo a nominare l'errore e le sue cause. Facilitare vuol dire porre domande aperte invece di domande retoriche che contengono già la risposta attesa, e tollerare il silenzio che segue una domanda difficile invece di romperlo dopo tre secondi: quel silenzio è spesso il momento in cui il gruppo sta effettivamente elaborando una risposta.
Facilitare vuol dire anche prepararsi con la stessa cura con cui si prepara una lezione tecnica, pianificando le domande e anticipando le direzioni possibili della discussione, pur restando pronti a lasciarle andare quando serve. Non è improvvisazione: è disciplina applicata all'incertezza.
Ricordo un corso sui near miss. Durante un’esercitazione, un partecipante aveva saltato un passaggio di una procedura. Invece di correggere subito, ho fermato l’attività e ho chiesto al gruppo cosa avesse osservato. Dopo alcuni secondi di silenzio, qualcuno ha nominato la dimenticanza, un altro ha richiamato un’esperienza simile, un terzo ha proposto una semplice regola pratica per evitare che si ripetesse che lui adottava con successo. Ciò che è emerso si è rivelato più efficace di un intervento diretto. Se il gruppo avesse minimizzato l’errore o tratto conclusioni scorrette, sarei intervenuta: la scoperta guidata funziona solo quando resta tecnicamente fondata. Perché questo accada, serve un clima in cui l’errore possa essere riconosciuto senza diventare un giudizio sulla competenza e costruirlo è parte essenziale del ruolo del facilitatore, insieme alla padronanza dei contenuti tecnici.
Il nuovo Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 sulla formazione in materia di salute e sicurezza dedica un'intera sezione, la Parte IV, alla progettazione dei corsi: è il terreno più solido per chi lavora con la facilitazione. Il progetto formativo, obbligatorio per ogni corso, deve motivare la strategia formativa e le metodologie didattiche scelte, tenendo conto che si tratta di percorsi rivolti ad adulti. L'Accordo suggerisce tecniche formative attive orientate all'apprendimento esperienziale e indica il docente anche come facilitatore dell'apprendimento. Introduce infine l'obbligo per il datore di lavoro di verificare, dopo il corso, che la formazione si sia tradotta in comportamenti reali: l'attestato da solo non basta più. Sono scelte che riconoscono, a livello normativo, ciò che il ciclo dell'apprendimento esperienziale descritto da David Kolb sostiene da decenni: le competenze si costruiscono attraverso l'esperienza diretta, non con la sola trasmissione di contenuti. Il tutto dovrebbe essere supportato grazie ad una adeguata cultura organizzativa aziendale.
Imparare queste tecniche richiede tempo e va detto con onestà a chi si affaccia oggi alla professione di formatore sulla sicurezza. Facilitare significa rinunciare al controllo apparente che dà una lezione ben preparata e accettare l'imprevedibilità di un gruppo che può portare la discussione in direzioni non previste dal programma. Molti formatori tecnicamente eccellenti faticano proprio su questo punto, perché la loro autorevolezza si è costruita sulla padronanza dei contenuti. Vale anche il contrario: chi sa condurre un gruppo verso la propria comprensione guadagna un'autorevolezza più solida, purché non trascuri la preparazione tecnica di base.
Capisco anche chi guarda a questi metodi con diffidenza e credo sia una posizione che merita ascolto. La facilitazione non sostituisce la competenza tecnica del formatore né la chiarezza delle procedure: le due strade restano complementari e la preparazione di chi progetta l’intervento formativo è determinante.
Come associazione dei formatori abbiamo davanti un compito preciso: offrire la facilitazione come competenza aggiuntiva nei percorsi di formazione dei formatori, accanto alla conoscenza normativa e tecnica, senza pretendere che sostituisca ciò che già funziona nelle mani di chi lo pratica da anni. Ogni formatore troverà il proprio equilibrio tra trasmissione diretta e scoperta guidata; quello che ci accomuna, al di là del metodo scelto, è la stessa cura ostinata per le persone che ci troviamo davanti.
Il valore reale di ciò che facciamo in aula si misura in questo: la formazione non coincide esattamente con il contenuto da trasmettere, è un'esperienza che coinvolge i presenti, un processo guidato da chi padroneggia il contenuto perché venga compreso a fondo, discusso in aula per fugare ogni dubbio e memorizzato a lungo termine. Ogni esperienza vissuta genera un comportamento, ogni comportamento ripetuto rinforza un processo, ogni processo condiviso alimenta cultura. È questa la catena che vale la pena progettare, con rigore, ogni volta che siamo chiamati a prenderci cura delle persone.
Aifos - Associazione Italiana Formatori ed Operatori della Sicurezza sul Lavoro
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